Il corpo è mio e decido io
A fine ottobre, il Ministero della Salute ha approvato la vendita della pillola del giorno dopo senza prescrizione medica, ma in Giappone i diritti riproduttivi rimangono diritti negati.
Il 5 dicembre, all’uscita sud della stazione di Shinjuku circa centocinquanta donne si riuniscono nel freddo di una serata invernale di Tōkyō. Tra le mani tengono stretti dei cartelli con su scritto Watashi no karada wa watashi no mono, “il mio corpo è mio”. Su altri c’è la versione inglese “My Body My Choice”.
Il presidio è stato convocato dalle attiviste per i diritti sessuali Fukuda Kazuko, Takai Yūri e Matsuo Kinoko. Come si legge dal post Instagram in cui viene promossa l’iniziativa, quello di venerdì 5 dicembre è il quarto presidio da quando un anno prima è stata lanciata la prima 私のからだデモ (Watashi no Karada Demo), la “manifestazione Il mio corpo”.
Benvenute e benvenuti alla puntata #63 di Japanica. Alcuni imprevisti mi hanno fatto posticipare l’uscita di domenica, per cui eccoci qui, eccezionalmente di martedì.
Levonorgestrel
A distanza di un anno, c’è qualcosa da festeggiare insieme: la pillola del giorno dopo potrà essere acquistata in farmacia senza la prescrizione di un medico, e costerà 6800 yen (37 euro) anziché 20.000 yen (109 euro). Era un provvedimento atteso da anni e che ha visto la continua e instancabile mobilitazione di associazioni femministe che si sono battute per ottenere un diritto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda almeno dal 2018.
Per l’OMS, infatti,
“tutte le donne e ragazze che rischiano una gravidanza indesiderata hanno il diritto di accedere alla contraccezione di emergenza, che deve essere inclusa in maniera sistemica nei programmi nazionali di pianificazione familiare”.
Dal 2021, è stata inoltre inserita l’indicazione più specifica riguardo l’accesso alla pillola senza prescrizione medica.
In Giappone se ne era già parlato nel 2020 quando l’associazione NPO Pilcon, che si occupa di educazione sessuale tra gli adolescenti, aveva raccolto 67mila firme. L’ultima petizione che ha le firme aggiornate a poco prima dell’approvazione della vendita del levonorgestrel (il principio attivo della pillola) ne raccoglie più di 180 mila.
Il 20 ottobre, il ministero della Salute ha infine approvato la pillola Norlevo prodotta dalla Aska Pharmaceutical e ritenuta efficace nell’80 per cento dei casi se assunta entro le 72 ore dal rapporto sessuale.
In generale, i contraccettivi nel paese sono molto costosi e difficili da ottenere. La contraccezione orale – approvata nel 1999 – può costare fino a 10 mila yen al mese (54 euro), mentre quella intrauterina fino a 40 mila yen (oltre 200 euro). Entrambe non vengono coperte da alcun tipo di assicurazione, così il metodo usato nell’82% dei casi nel paese rimane quello del preservativo, fallibile e che fa affidamento sulla volontà maschile.
In questi anni, tra i più ferventi oppositori della pillola del giorno dopo senza prescrizione c’è stata nientemeno che la Japan Society of Obstetrics and Gynecology. Ospite in tv, il vicepresidente dell’associazione nazionale di ostetricia e ginecologia, Maeda Tsukio, disse nel 2020 che la vendita della pillola senza prescrizione non doveva essere approvata perché le donne “non adeguatamente educate alla contraccezione” avrebbero potuto usare la pillola del giorno dopo con troppa leggerezza senza prendere altre precauzioni durante il rapporto.
Parto in solitudine
Ma torniamo alla manifestazione a Shinjuku, perché i temi sollevati quella sera sono molteplici.
Ishibashi Kaoru, nata con una atrofia muscolare spinale, pone l’accento sulla discriminazione che subiscono le donne con disabilità. Prende la parola anche Satō Yūko, sposata negli Stati Uniti con una cittadina americana, che commenta la recente sentenza dell’Alta Corte di Tōkyō che nega il riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Infine, interviene Tanaka Masako, docente di gender studies alla Sophia University, che si concentra sulla criminalizzazione delle donne che partoriscono sole.
Tanaka ha citato uno dei casi recenti più discussi che è quello di una donna vietnamita di 21 anni, in Giappone per un tirocinio, condannata in primo e secondo grado per aver abbandonato i corpi di due gemelli nati morti. La donna non aveva detto a nessuno della gravidanza perché altrimenti avrebbe perso il lavoro e la possibilità, quindi, di rimanere in Giappone. Molte persone migranti arrivano nel paese attraverso i tirocini del Technical Intern Training Program.
Se donna, la tirocinante viene spesso costretta a firmare contratti in cui si impegna a tornare nel proprio paese di origine in caso di gravidanza.
Dopo aver partorito sola, la giovane ha lasciato i corpi avvolti dagli asciugamani in una scatola in casa, accompagnati da un biglietto con su scritto “Mi dispiace, spero possiate riposare presto in pace”. Il giorno dopo ha raccontato quello che era accaduto a un medico. Subito dopo è stata arrestata.
I verdetti di primo e secondo grado sono stati ribaltati nel 2023, a distanza di tre anni, con la pronuncia della Corte Suprema che ha giudicato la donna non colpevole. L’avvocato della difesa ha commentato la sentenza sottolineando che la questione non deve essere liquidata come una responsabilità personale della donna.
Casi di questo tipo non avvengono solo tra donne senza cittadinanza, anzi. La difficoltà di accedere alla contraccezione prima, e all’interruzione di gravidanza poi porta molte donne giapponesi, soprattutto giovanissime, a portare avanti gravidanze indesiderate.
Nel 2020, una donna ha partorito nei bagni pubblici di un parco nella prefettura di Aichi. Svenuta per lo sfinimento e per il molto sangue perso, la ventiduenne quando ha ripreso conoscenza ha trovato il neonato morto. La giovane, non sposata, aveva provato ad abortire in più strutture, ma ogni volta la sua richiesta era stata rifiutata perché non accompagnata dal consenso del partner.
Secondo la Legge sulla protezione materna, per abortire è richiesto infatti il consenso del marito, del compagno o, nel caso delle minorenni, di un tutore. Nel 2013, il ministero della Salute aveva diffuso nuove linee guida per cui nei casi in cui la donna non è sposata è sufficiente la sua esclusiva volontà.
L’indicazione non sembra aver cambiato di molto le procedure di ricezione nelle strutture ospedaliere che continuano a chiedere il consenso dell’uomo. Per evitare cause e problemi legali, i medici pretendono infatti la firma del marito anche quando non dovrebbero.
Nel 2022, l’Alta Corte di Fukuoka si è pronunciata sul caso di un uomo che aveva citato in giudizio e chiesto un risarcimento di 2 milioni di yen (11 mila euro) all’équipe di ginecologia e ostetricia che ha praticato l’interruzione volontaria di gravidanza alla moglie. I giudici hanno stabilito che da parte dei medici non c’è stata alcuna forma di negligenza dal momento che la donna aveva interrotto i rapporti con l’uomo per violenza domestica — che è uno di quelle già rarissime circostanze che fanno eccezione.
L’aborto
Nel 1995, il Giappone ha firmato la dichiarazione di Pechino in occasione della quarta Conferenza mondiale sulle donne. Nel documento si riconosceva “la riaffermazione del diritto di tutte le donne a controllare tutti gli aspetti della loro salute, in particolare la propria fecondità”. Trent’anni dopo, questo diritto non solo è negato a tutte le donne giapponesi o residenti in Giappone, sposate o sole che siano, ma continua a essere un potere e una forma di controllo esercitati dal marito, fidanzato o padre. Insomma, dall’uomo inteso come persona di sesso maschile.
Per chi ha letto la puntata #26 di questa newsletter, forse si ricorderà delle cinque donne che hanno fatto causa allo Stato giapponese per poter ricorrere alla sterilizzazione senza aver avuto figli e senza l’autorizzazione del partner. Una di loro era Kazane Kajiya, che è anche attivista di Action for Safe Abortion Japan (ASAJ). Insieme al resto dell’associazione si è mobilitata con azioni collettive, petizioni e incontri con parlamentari della Dieta per far sì che venga modificata la legge e eliminato il consenso dell’uomo dalla richiesta di interruzione volontaria di gravidanza — una modifica che chiede anche l’OMS dal 2011.
Kazane Kajiya come Fukuda Kazuko, Takai Yūri, Matsuo Kinoko, tutte le altre donne che erano a Shinjuku la sera del 5 dicembre e quelle che sono state costrette a partorire da sole, a casa o in bagni pubblici, senza assistenza medica, per poi essere criminalizzate, arrestate e infine condannate, pretendono che venga loro riconosciuta l’autodeterminazione del proprio corpo.
Gridano insieme:
watashi no karada wa
watashi no mono
kimeru no wa
watashi da!
My body, my choice, not yours.
Il corpo è mio e decido io.
Il mio corpo, la mia scelta. Non la tua.
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Da uomo mi domando sempre da dove arriva la necessità di controllare il corpo e la mente delle donne. La questione non è solo giapponese ovviamente, ma storica e globale. In Asia credo che il problema venga accuito dalla differente visione per cui gli individui hanno meno diritti rispetto alla comunità di cui fanno parte. La donna quindi come semplice individuo non esiste e non ha perciò diritti. Credo che in tutto il mondo, non solo in giappone, bisognerebbe partire da qui. Considerare ogni donna un essere libero di scegliere per se. Il solo fatto di doverlo ancora dire e pensare è straniante.