Perché la bandiera di One Piece è diventata il simbolo delle rivolte in tutto il mondo
E la lunga storia degli anime come strumento politico per esprimere il proprio dissenso.
Il 27 agosto 1979, decine di migliaia di ragazzi e ragazze delle Filippine sono davanti allo schermo pronti a vedere le ultime puntate dell’anime Voltes V.
Mancano solo quattro episodi, e tutti e tutte vogliono sapere come va a finire l’epica storia del robot gigante Voltes V che combatte insieme a un gruppo di ribelli per liberare la popolazione sfruttata e schiavizzata dalla casta dei regnanti del pianeta Boazan.
Alla fine di ogni combattimento, Voltes V incide con la sua spada laser una grossa V sul corpo del nemico sconfitto. È il suo tratto distintivo.
Peccato, però, che in quel 1979 gli spettatori filippini che aspettano con trepidazione la chiusura di stagione non sapranno mai come il loro anime preferito andrà a finire.
Il dittatore Ferdinand Marcos, che dal 1972 governa con il pugno di ferro della legge marziale, ha ordinato di cancellare la programmazione dell’anime. La propaganda governativa dirà che Voltes V è un pericolo per i bambini che lo guardano perché potrebbe indurli a comportamenti violenti.
La realtà, come scriveranno molti più avanti, è che Marcos aveva paura che i giovani filippini potessero prendere ispirazione dal cartone giapponese e ribellarsi contro quella che per loro era la vera casta di Boazani: Marcos e il suo regime.
Benvenute e benvenuti alla puntata #56 di Japanica.
Nelle ultime settimane vi sarà capitato di vedere almeno un’immagine di manifestanti che sventolano la bandiera di One Piece durante le proteste. Prima in Indonesia, poi in Nepal e Filippine; infine, proprio in questi giorni anche in Madagascar, isola della costa meridionale africana.
Il Jolly Roger di Monkey D. Luffy, il protagonista del manga più venduto al mondo, è diventato il simbolo di un’intera generazione che non si sente rappresentata da governanti corrotti le cui famiglie sono al potere da ben prima che i manifestanti della cosiddetta generazione Z fossero nati.
Pur non essendo riconducibile a nessun partito o organizzazione dell’opposizione, molte e molti indonesiani l’hanno usata, in previsione del giorno dell’Indipendenza lo scorso 17 agosto, per esprimere la propria contrarietà all’attuale governo.
Come ha denunciato Amnesty International, chi ha mostrato in pubblico la bandiera con il teschio stilizzato, le due tibie incrociate e il cappello di paglia è diventato obiettivo delle misure repressive adottate dalle autorità indonesiane.
Usman Hamid, direttore esecutivo dell’ufficio indonesiano, ha dichiarato che
“I recenti attacchi mirati contro le persone che sventolavano le bandiere di One Piece sono una flagrante violazione del diritto di libertà di espressione. Issare una bandiera di un anime non è né “tradimento” né “propaganda per dividere il paese” come suggerito da vari funzionari governativi. […]
Il governo indonesiano dovrebbe smettere di reprimere e concentrarsi invece sui motivi di questa insoddisfazione condivisa e sulle cause profonde che hanno spinto le persone a sventolare la bandiera di One Piece”.
Iconografia delle manifestazioni
Per quanto possa apparire singolare che la ciurma di Cappello di Paglia, disegnata dal mangaka Eichirō Oda, sia diventata il vessillo da issare sulle mura del Parlamento preso d’assalto – come avvenuto a Kathmandu – l’utilizzo politico di un’iconografia pop non è una novità nella storia recente delle proteste in Asia orientale e meridionale.

Già nel 1970, il gruppo di nove militanti dell’Armata Rossa giapponese (l’organizzazione della sinistra radicale autrice di diversi attacchi terroristici) che dirottò un aereo della Japan Air Lines diretto a Fukuoka in Corea del Nord, prima di partire firmò la lettera in cui rivendicava l’attacco così’:
“Siamo Ashita no Joe”.
Ashita no Joe è una serie di manga di successo della fine degli anni Sessanta che narra di un pugile proveniente dai quartieri più poveri di Tokyo, e che combatte una società che si accanisce contro i ragazzi marginalizzati come lui.
Per venire più ai giorni nostri, nel 2020, i movimenti studenteschi per la democrazia in Thailandia avevano iniziato a manifestare con peluche e altra oggettistica che rimandava al criceto del cartone giapponese Hamtaro.
Un’attivista di vent’anni aveva dichiarato al tempo all’agenzia Reuters che
“Il cartone Hamtaro è in onda tutte le mattine in televisione, ci mette in connessione facilmente”.
Tuttavia, il luogo in cui più di tutti l’animazione giapponese si è fatta mezzo di espressione politica è Hong Kong.
Da marzo 2019 a maggio 2020, fino a due milioni di persone (su circa sette milioni di abitanti in tutto) sono scese in piazza per protestare contro il disegno di legge che avrebbe permesso l’estradizione di cittadini hongkonghesi nella Repubblica Popolare Cinese.
Come ricostruisce la ricercatrice Mateja Kovacic in un paper del 2024 dal titolo “Hong Kong’s anime: A Cultural History of Anime in Hong Kong’s Last Decade”, durante tutto questo periodo di proteste l’animazione giapponese è stata una forma fondamentale e privilegiata di comunicazione utilizzata per veicolare i propri messaggi e le proprie posizioni politiche sia all’interno del movimento che oltreconfine.
Spesso Agnes Chow Ting, uno dei volti delle proteste, ha rilasciato interviste a media nipponici parlando con i giornalisti in un giapponese fluente imparato da autodidatta. Negli appelli, Chow faceva leva proprio sulla sua passione per gli anime e la cultura pop giapponese.
In generale, poi, personaggi come Doraemon, Totoro de “Il mio vicino Totoro” di Hayao Miyazaki, Sailor Moon e ancora Monkey D. Luffy di One Piece sono stati tutti disegnati su manifesti online come offline con caschetti gialli, maschere antigas e gli immancabili ombrelli gialli, simbolo delle proteste del 2014.
Spesso considerati nello stesso Giappone come apolitici e strumento di alienazione, gli anime raccontano in realtà storie che risuonano tra i giovani di tutto il mondo.
Tendenzialmente, spiega sempre Kovacic, quelli citati alle manifestazioni di Hong Kong hanno tre caratteristiche: sono ambientati in realtà alternative e mondi differenti; raccontano di personaggi anarchici che insieme ai loro compagni di avventura combattono sistemi di potere ingiusti, corrotti e oppressivi; i loro protagonisti sono giovani adolescenti che vivono un forte dilemma interiore che si scontra continuamente con le difficoltà esterne e genera un forte binarismo tra Bene e Male.

Esattamente come in One Piece.
La sua bandiera, scrive Matt Alt sulla newsletter Pure Invention, è nel classico stile giapponese kawaii, ovvero l’estetica che tende a semplificare e intenerire i tratti rendendoli cute, carini.
Alt suggerisce che la morbidezza della bandiera dei pirati di Cappello di Paglia offre un po’ di protezione e conforto per chi si espone in prima persona contro governi spesso autoritari, e funge da furtivo ammiccamento a chi è al corrente del significato di quel simbolo. Inoltre, permette di esprimere il proprio dissenso senza sposare un’estetica aggressiva come quella della più tradizionale Jolly Roger dei pirati del XVII secolo.
Più in generale, dalla fine Seconda Guerra Mondiale in poi, gli Stati Uniti sono stati il modello da cui attingere per trovare nuove forme artistiche attraverso le quali intere generazioni hanno espresso il proprio dissenso e la propria rabbia.
Pensiamo al rock come all’hip-hop.
Oggi che la potenza americana è in una forte crisi identitaria e politica, e non offre più un soft-power egemone, i giovani e le giovani volgono lo sguardo verso chi nutre la loro fantasia e la loro capacità di immaginare un mondo migliore.
Per questo gli anime sono diventati il mezzo espressivo e politico preferito dei ribelli e le ribelli di tutto il mondo.
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